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diretto da Pietro Longhi e Daniela Petruzzi
Privacy Policy Centro Teatrale Artigiano - Sede Fiscale: Via Monte Zebio 14/c 00195 Roma - Partita Iva e Codice Fiscale: 13195511004 SteveR
Bellezza Orsini. La costruzione di una strega. Rappresentazione Teatrale in occasione della Domenica di carta 2021 Domenica di carta 2021, il 10 ottobre, presso la Biblioteca Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma, la Compagnia del Centro Teatrale Artigiano diretta da Pietro Longhi ha organizzato una rappresentazione teatrale che evidenzierà la figura femminile, Bellezza Orsini, protagonista nel Cinquecento di una vicenda drammatica. Nel 1528 Bellezza Orsini, figlia naturale di Pietro Angelo e serva degli Orsini, feudatari di Monterotondo, accusata di stregoneria in seguito alla fama pubblica sui suoi malefici con le erbe. Processata e torturata nella Rocca di Fiano Romano, finì per cedere alle accuse passando da una decisa difesa dei suoi comportamenti alla descrizione del sabba con il diavolo attorno all’albero di noce di Benevento. Alla condannata viene applicata la tortura riservata agli uomini, senza le attenuazioni usuali per le donne, in quanto strega. Al settimo tratto di corda Bellezza crolla a terra e confessa di essere strega, di avere insegnato la “stregoneria” a tantissime persone e di aver ammalato e guarito per denaro. L’evento ha un epilogo tragico. Il notaio stesso, che trascrive il verbale, la ritrova riversa a terra moribonda: sgozzatasi con un chiodo alla gola, pronunciò che, tentata dal diavolo, si era uccisa per scomparire dal mondo. Introdotta da Michele Di Sivo, la storia sarà narrata con le voci di Maria Cristina Gionta e Luca Negroni della Compagnia del Centro Teatrale Artigiano diretto da Pietro Longhi. I testi sono tratti dal volume “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega” di Michele Di Sivo. La drammaturgia e la regia sono a cura di Silvio Giordani. Musica dal vivo di Emiliano Ottaviani. Costumi Sorelle Ferroni.
"Plautilla", percorso drammaturgico su Plautilla Bricci l'Architettatrice Archivio di Stato di Roma - Sala Alessandrina - 27 aprile 2022 Plautilla Bricci, figura singolare e a tratti unica nella Roma barocca del Seicento, sarà al centro di un percorso drammaturgico scritto e diretto dal Teatro Manzoni e dal Centro Teatrale Artigiano in programma presso l’Archivio di Stato di Roma il 27 aprile . La performance teatrale sarà introdotta da Yuri Primarosa , curatore della prima mostra interamente dedicata all’artista, Plautilla Bricci pittrice e architettrice. Una rivoluzione silenziosa presso la Galleria Corsini. Formatasi nella bottega del padre Giovanni, in una società a carattere fortemente maschile, la giovane Plautilla Bricci inizia la sua carriera artistica nella cerchia romana del Cavalier d'Arpino. Un atto notarile del 1663, relativo ai lavori per la realizzazione di Villa Benedetta fuori Porta San Pancrazio sul Gianicolo, ci restituisce per la prima volta l'uso della parola " architettrice ", riferito proprio a Plautilla. Tale definizione sancisce l'autonomia della donna nella sua attività progettuale, che sino ad allora era rimasta in ombra e relegata a collaboratrice di più illustri architetti e pittori. Plautilla è quindi autrice del progetto di Villa Benedetta, detta anche il Vascello per la sua pianta articolata; la villa era stata commissionata dall'abate Elpidio Benedetti , amico e consigliere del cardinale Mazzarino, con cui la Bricci nel tempo aveva intessuto un intenso sodalizio che le garantì un’indipendenza rarissima per una
donna dell’epoca. L'edificio si sviluppava su tre piani e presentava una ricca decorazione interna: una delle volte del piano nobile era affrescata con "L'Aurora" di Pietro da Cortona. Nel 1849 l'edificio divenne un avamposto delle truppe garibaldine impegnate contro l'esercito francese, andando purtroppo distrutto. Nel fondo dei Trenta Notai capitolini dell’'Archivio di Stato di Roma sono conservati il capitolato e sette disegni di Villa Benedetta, probabilmente i primi progetti architettonici tracciati da una donna a essere giunti ai nostri giorni, a testimonianza del ruolo di direttrice dei lavori svolto da Plautilla. “Plautilla”, diretta da Silvio Giordani, interpretata da Pietro Longhi e Claudia Ferri con musiche dal vivo di Emiliano Ottaviani e Carla Mulas González, verrà rappresentata presso la Sala Alessandrina il 27 aprile alle ore 16.
Venerdì 29 aprile ore 17.00 Via Monte Zebio 14, Roma CENTRO TEATRALE ARTIGIANO presenta «URSULA HIRSCHMANN» drammaturgia e regia di SILVIO GIORDANI Da «Ventotene. Il viaggio di Ursula verso l’Europa» di Emanuela Lucchetti e Gianpiero Chionna con MARIA CRISTINA GIONTA, GIUSEPPE RENZO, EMILIANO OTTAVIANI musiche dal vivo eseguite da LAURA MAZZON Primo appuntamento della nuova iniziativa al Teatro Manzoni di Roma: la serie teatrale “NASCOSTE. Storie perse tra le pagine del tempo” a cura di MICHELE DI SIVO, EMANUELA LUCCHETTI E FABRIZIO OLIVERIO Una nuova iniziativa al Teatro Manzoni di Roma: il prossimo 29 aprile alle ore 17.00 prende il via con “Ursula Hirschmann” drammaturgia e regia di Silvio Giordani - la serie teatrale Nascoste. Storie perse tra le pagine del tempo, a cura di Michele Di Sivo, Emanuela Lucchetti e Fabrizio Oliverio. “Nascoste” sono storie spesso dimenticate, fatte di gesta eroiche, emancipazione e resistenza. Vite e racconti persi tra le pieghe del tempo in attesa di qualcuno che li ascolti. Vicende che approdano a teatro per presentarsi allo spettatore in una veste nuova grazie ad un percorso drammaturgico ed all’incontro del Centro Teatrale Artigiano di Roma con il Master Esperto in Comunicazione Storica dell’Università Roma Tre. Il progetto si avvale anche della collaborazione dell’Associazione E io ci sto che opera a tutto tondo nel campo dell’arte e della cultura. La rassegna prevede una serie di incontri che saranno proposti nella prossima stagione del Teatro Manzoni e vedranno al centro figure come Margherita Sarfatti, Isabella De’ Medici, Giandante X, Bellezza Orsini, Pippa Bacca. La figura di Ursula Hirschmann e la nascita del Manifesto di Ventotene saranno al centro della prima “storia”, in programma proprio il 29 aprile alle ore 17.00 con Maria Cristina Gionta, Giuseppe Renzo ed Emiliano Ottaviani. Musiche dal vivo eseguite da Laura Mazzon.
Il progetto verrà introdotto dal Professore Michele di Sivo, storico e insegnante di Archivistica all’Università degli Studi RomaTre. A seguire si terrà una breve prefazione alla rappresentazione teatrale su Ursula Hirschmann a cura di Emanuela Lucchetti, comunicatrice storica, attualmente partecipe al programma di approfondimento storico Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli. Al termine della rappresentazione teatrale si terrà un dibattito con il pubblico in sala, condotto dalla stessa Emanuela Lucchetti e Fabrizio Oliverio, archeologo ed esperto in comunicazione storica, televisiva e multimediale.
Festival delle Ville Vesuviane
Teatro Manzoni
Con lo spettacolo "Bellezza Orsini" prodotto dal Centro Teatrale Artigiano MARIA CRISTINA GIONTA è entrata nella terna del migliore interprete, sezione monologhi, del premio LE MASCHERE DEL TEATRO ITALIANO. Il 7 settembre 2023, con ripresa di RAI 1 si terrà la cerimonia di premiazione presso il TEATRO STABILE DI CATANIA.
7 settembre - Catania - Serata di gala per il Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 Si terrà il 7 settembre alle 20,30, a piazza Università a Catania, con diretta/differita su Raiuno condotta da Tullio Solenghi, la serata finale del Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 organizzato per il secondo anno dal Teatro Stabile di Catania. Tredici le categorie finaliste e due i Premi speciali. A Gabriele Lavia (nella foto) attore, regista e sceneggiatore italiano tra i più acclamati, che l’anno scorso ha compiuto 80 anni, va il Premio del Presidente, un premio dato direttamente dal Presidente della Giuria, Gianni Letta; mentre ad Annamaria Granatello, dal 2006 Presidente e Direttrice del Premio Solinas, il Premio Graziella Lonardi Buontempo con il quale viene onorata la memoria di Graziella Buontempo mecenate napoletana, celebre collezionista e amante dell’arte contemporanea. …segue articolo sul sito Cronaca Oggi Quotidiano
Le Maschere del Teatro Italiano 2023: ecco i vincitori Robert Carsen: "Dobbiamo fare il possibile affinché il teatro continui a vivere, per attirare nuovo pubblico e non per mantenere in vita persone che fanno sempre le stesse cose".
Tra i premi non assegnati figura quello di Maria Cristina Gionta , candidata tra i Migliori monologhi. Il suo Bellezza Orsini. La costruzione di una strega , drammaturgia e regia di Silvio Giordani, molto apprezzato dalla critica non è riuscito a vincere ma come da lei dichiarato, ha comunque fatto parte della terna finalista. Per la Gionta comunque l’esperienza è stata positiva: "Sono contenta nonostante non abbia vinto perché si è comunque creata una sinergia tra i teatranti, soprattutto nella mia categoria con Elena Arvigo e Ermanna Montanari. Ma questo accade quando condividi le emozioni. La scelta di organizzare la serata in piazza e di portare di più il teatro tra la gente, l’ho trovata molto positiva. In televisione si dovrebbe parlare di più di teatro, in orari meno di nicchia, per sensibilizzare di più le persone allo spettacolo dal vivo. Perché lo spettacolo va visto a teatro, è unico e irripetibile ogni volta. Questa è l’identità fortissima del teatro.’" …segue articolo sul sito Teatro.it
Bellezza Orsini, la strega. La voce delle donne scrive la propria storia Il   sapere   delle   donne   è   la   loro   autentica   stregoneria.   Con   gli   occhi   di   oggi   non   si   fa   fatica   a   maturare   questa   consapevolezza,   ma   è   di   certo impattante   sentirla   giungere   direttamente   dalla   voce   della   strega,   o   meglio,   dalla   sua   mano,   con   cui   –   forse   manu   propria   con   le   ultime   forze, forse dettando al nipote – lo mette nero su bianco sulle pagine diario la sabina Bellezza Orsini per consegnarlo al futuro. Bellezza Orsini, la costruzione di una strega, Maria Cristina Gionta – foto di Valerio Faccini. Arriva    infatti    direttamente    dal    1528    –    sfatando    senza    dirlo    anche    molte    falsità    sulle    streghe,    erroneamente    considerate    un    prodotto dell’arretratezza   medievale   e   prodotto   invece   di   quella   controriforma   che   cercava   capri   espiatori   a   una   fame   diffusa   di   sapere.   E   quale   migliore di una donna, che con le sue erbe d fattucchiera sapeva compiere ciò di cui l’istituzione maschile voleva intestarsi la sola autorità. Non   della   loro   arte   però   restituisce   il   vivido   e   tragico   racconto   Bellezza   Orsini,   la   costruzione   di   una   strega ,   in   scena   al   Teatro   Gerolamo ,   ma quella   del   corpo   di   una   donna   che   la   propria   spinta   a   conoscere   l’ha   pagata   nelle   piaghe   e   nel   dolore,   a   prezzo   della   tortura   della   corda,   ideale per la Chiesa cui era sufficiente evitare lo spargimento di sangue. Non   è   un’eroina,   Isabella   nota   come   Bellezza,   se   questa   categoria   si   riserva   a   chi   sa   essere   più   forte   del   dolore   e   delle   sorti   già   scritte.   Lei   cede, ma   la   narrazione   che   il   potere   –   maschio   e   colto,   nel   suo   latino   invadente,   nel   suo   pretendere   di   raccontare   al   posto   suo   la   sua   storia   –   vuole estorcerle sulle streghe, la vuole scrivere lei. Avrete   ciò   che   volete,   sembra   dire,   ma   a   modo   mio.   Cos   è   lei   a   tracciare   un’immaginario   di   sabba   stregati,   di   diavoli   bellissimi   con   cui congiungersi   carnalmente   sotto   il   noce   di   Benevento,   di   morte   e   di   lussuria.   Sta   almeno   in   questo   la   forza   delle   storie,   consegnate probabilmente soltanto per salvarsi. Ma   non   è   abbastanza,   e   cos,   su   un   palcoscenico   popolato   di   corde   appese   a   prefigurare   un   destino,   va   in   scena   la   tortura   che   l’inquisitore volle   imporle   perchè   il   mondo   sapesse.   Maria   Cristina   Gionta   la   porta   in   scena   con   una   intensità   drammaturgicamente   molto   convincente, che riesce ad essere verosimile senza scadere nell’eccesso di teatralità. Del   resto,   questo   testo   –   che   muove   dal   libro   omonimo   di   Michele   Di   Sivo ,   lo   fa   a   partire   dal   dato   storico,   ed   è   a   quello   che   sembra   voler porre,   prima   di   tutto   attenzione.   Bellezza   è   una   donna,   prima   che   un   personaggio,   sofferenza   e   fierezza   (anche   nella   resa)   prima   che   simbolo. Parla, dal suo tempo, con la sua voce e la sua lingua, in un dialetto sabino preciso ma che non rende affatto complessa la fruizione. A   sostenerla,   e   a   far   da   contraltare   al   latinorum   dell’inquisitore   in   abiti   eleganti   e   piuma   sul   cappello,   la   musica   di   Emanuele   Ottaviani ,   che negli   stessi   panni   la   sottolinea   con   musiche   originali   e   ne   punteggia   la   vicenda   prendendo   a   prestito   alcune   canzoni   che   sembrano   venire direttamente dalla tradizione della musica popolare, dei suoi canti di dolore e d’amore. Di   fronte   alle   ammissioni,   forzate   quanto   grottesche,   di   Bellezza,   la   morte   è   inevitabile.   Ma   ancora   una   volta,   Bellezza   Orsini   sceglie   una propria,   forse   paradossale,   via   di   libertà.   Se   non   può   evitare   di   morire,   che   almeno   sia   a   suo   modo.   Prima   che   la   sentenza   –   senza   attenuanti, per   chi   ha   ammesso   tutto   ciò   che   “doveva”   –   venga   eseguita,   sarà   lei   a   darsi   la   morte,   con   un   chiodo   in   gola   a   spegnere   la   sua   voce   ma   a garantire che le poche pagine in cui quella voce è stata scritta siano salvate, a loro volta, dal rogo. Se   Michele   Di   Sivo,   drammaturgicamente,   riepiloga   forse   qualche   volta   di   troppo   lo   svolgersi   di   una   vicenda   che   l’interpretazione   rende   già limpidamente   comprensibile,   spingendo   a   una   sincera   partecipazione,   Silvio   Giordani   ha   nella   scelta   di   regia   del   finale   l’intuizione   più efficace,   anche   sul   piano   simbolico:   nella   morte,   scelta   e   non   subita,   cos   come   le   parole   che   ha   scelto   per   dirsi,   Bellezza   Orsini   recupera   la propria   identità   e   una   lingua   contemporanea,   a   colmare   anche   sul   piano   della   forma   la   distanza   tra   il   1528   di   Fiano   Romano   e   il   presente,   in cui ancora la scelta della donna su se stessa, il proprio corpo e la propria autonarrazione, subisce molte forme di interferenza. Nella   pur   convincente   interpretazione   di   Luca   Negroni,   giudice,   notaio   e   filatore   della   trama,   nel   ruolo   di   narratore   che   il   testo   gli   affida,   la trasposizione   della   vita   di   Bellezza   Orsini,   che   seppe   ammalare   e   guarire,   lascia   la   stessa   convinzione   che   si   deve   alla   sua   interprete:   merita fiducia   e   spazio.   Perchè   Maria   Cristina   Gionta   non   difetta   di   talento   e   perchè,   dal   canto   suo,   Bellezza   Orsini   e   con   lei   le   donne   hanno   una voce abbastanza forte per raccontarsi da sè. Recensione tratta da: https://www.artapartofculture.net/2025/02/03/bellezza-orsini-la-strega-la-voce-delle-donne-scrive-la-propria-storia/ Chiara   Palumbo     Nata   (nel   1994)   e   cresciuta   in   Lombardia   suo   malgrado,   con   un'   anima   di   mare   di   cui   il   progetto   del   giornalismo   come professione   fa   parte   da   che   ha   memoria.   Lettrice   vorace,   riempitrice   di   taccuini   compulsiva   e   inguaribile   sognatrice,   mossa   dall'amore   per   la parola,   soprattutto   se   è   portata   sulle   tavole   di   un   palcoscenico.   "Minoranza   di   uno",   per   vocazione   dalla   parte   di   tutte   le   altre.   Con   una   laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
“Bellezza Orsini. La costruzione di una strega” al Teatro Gerolamo di Milano Di Carlo Tomeo Gen 27, 2025 Ho visto ieri al Teatro Gerolamo un emozionante spettacolo che racconta un episodio di accusa e condanna per stregoneria avvenuto a Fiano Romano nel 1528 e di cui fu vittima Bellezza Orsini, figlia naturale di Pietro Angelo degli Orsini, padroni del feudo di Monterotondo. Ne sono Interpreti Maria Cristina Gionta nel ruolo della protagonista e Luca Negroni in quello del notaio avente anche la funzione di accusatore e che, torturandola, l’interroga per farle ammettere la veridicità delle accuse mossele. La donna è legata ai polsi con corde che vengono tirate a tratti, e più fortemente nei momenti delle domande cruciali, per indurla a confessare. In una scena essenziale appaiono, sospese dall’alto, corde similari che simbolizzano (e testimoniano) il mezzo di tortura utilizzato in quegli anni dalla chiesa perché, pur inducendo forte dolore fino allo slogamento dei polsi, non provocavano spargimento di sangue. A scrivere la drammaturgia dello spettacolo e a curarne la regia è Silvio Giordani, che ne ha tratto spunto dal testo “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega (1528), Roma nel Rinascimento” dell’archivista Michele Di Sivo pubblicato nel 2016, e che ha anche approfondito visitando direttamente in più riprese l’Archivio di Stato per consultare i documenti originali dell’epoca. Nella rappresentazione si assiste a quelle che sono le fasi più drammatiche dell’interrogatorio che si fanno sempre più cruente nei momenti in cui la donna cerca di difendersi strenuamente negando di essere una strega e raccontando che lei aveva fatto solo del bene grazie a un libro di 180 fogli, “tucti li secreti del mondo” consistente nelle indicazioni per guarire da ogni malanno e che le era stato fatto leggere da una donna più grande di lei, Lucia De Lorenzo da Ponzano. Per Bellezza la stregoneria è la conoscenza della natura e della scienza: più cose impari e più ne vuoi imparare ancora, “più vai innanz e più vuoi ire”. A contrapporsi alla sua accesa difesa esposta in dialetto sabino medievale del ‘500 c’è quella implacabile in latino dell’uomo che non concede tregua e che stringe sempre più fortemente le corde legate ai polsi della donna. Sono i momenti più drammatici dell’interrogatorio e, quando la stretta della corda si fa più forte, la settima, Bellezza non potendo più sopportare il dolore, urla “ditemi quale verità volete e io vi dirò” e confessa, s, di essere una strega. La semplice confessione, però, non basta all’accusatore che vuole indagare più a fondo per meglio trovare le prove di colpevolezza ma in realtà per appagare pruriti inconfessabili e per questo la donna finisce per confessare di aver partecipato più volte ai sabba in onore del Diavolo che venivano organizzati di notte al noce verso Benevento sotto la guida della maestra chiamata Befania e di aver inoltre insegnato ad altre donne come diventare streghe. E qui Maria Cristina Gionta entra ancora più fortemente nell’humus dell’azione dove il personaggio è preso da esaltazioni nell’evocare episodi mai vissuti e solo immaginati e resi credibili per evitare altre torture. Al termine arriva la condanna ma prima le viene concesso di scrivere le sue confessioni in un quaderno scritto in italiano volgare ora conservato nell’Archivio di stato e che è stato fonte del testo di Di Sivo. Al termine l’attrice avanza verso il pubblico, dichiara le sue generalità e si rende libera dai nodi delle corde che per tutto il tempo dell’interrogatorio e della tortura le avevano stretto i polsi. Gesto simbolico, oltre che reale, di liberazione seguito da quello estremo in cui si trafigge il collo con un chiodo che sancisce la scelta di darsi la morte per non sottomettersi a quella voluta e pronta a essere praticata da chi l’aveva condannata ingiustamente. Operazione impegnativa, degna di lode, quella di Silvio Giordani per la ricostruzione storica della vicenda resa in un atto unico di poco più di un’ora, intenso, che non concede tregua allo spettatore, tanta è la drammaticità della vicenda da assumere quasi il ritmo del teatro di genere giudiziario che, pur conoscendo in anticipo tutto l’andamento fino al finale, non perde in suspence. Questo grazie ai due interpreti: Maria Cristina Gionta, che per questa interpretazione entrò in nomination nella terna del premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 come migliore interprete di monologo, è completamente immersa emotivamente nel personaggio che è chiamata a rappresentare rivelandone per gradi le varie sfaccettature del carattere. Accanto a lei, Luca Negroni sa impersonare magnificamente l’inesorabile inquisitore che non concede tregua alla donna che, si intuisce, è già condannata in partenza (l’interrogatorio all’epoca era solo un pro forma e la persona in genere confessava perché la tortura si faceva sempre più stringente e dolorosa). Ad accompagnare i due artisti sono le musiche eseguite dal bravo Emiliano Ottaviani, anche lui vestito con abiti medievali. Al termine dello spettacolo il pubblico presente ha manifestato un largo consenso e Maria Cristina Gionta in particolare si è mostrata visibilmente commossa. Visto al Teatro Gerolamo il 26 gennaio 2025 (Carlo Tomeo) Recensione tratta da https://alessandria.today/2025/01/27/bellezza-orsini-la-costruzione-di-una-strega-al-teatro-gerolamo-di-milano- recensione/ BELLEZZA ORSINI. La costruzione di una strega” dal testo di Michele Di Sivo con Maria Cristina Gionta e Luca Negroni musiche dal vivo di Emiliano Ottaviani drammaturgia e regia Silvio Giordani disegno luci Marco Macrini | costumi Sorelle Ferroni | produzione Centro Teatrale Artigiano .
diretto da Pietro Longhi e Daniela Petruzzi
Centro Teatrale Artigiano Sede Fiscale: Via Monte Zebio 14/c 00195 Roma Partita Iva e Codice Fiscale: 13195511004 SteveR
Bellezza Orsini. La costruzione di una strega. Rappresentazione Teatrale in occasione della Domenica di carta 2021 Domenica di carta 2021, il 10 ottobre, presso la Biblioteca Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma, la Compagnia del Centro Teatrale Artigiano diretta da Pietro Longhi ha organizzato una rappresentazione teatrale che evidenzierà la figura femminile, Bellezza Orsini, protagonista nel Cinquecento di una vicenda drammatica. Nel 1528 Bellezza Orsini, figlia naturale di Pietro Angelo e serva degli Orsini, feudatari di Monterotondo, accusata di stregoneria in seguito alla fama pubblica sui suoi malefici con le erbe. Processata e torturata nella Rocca di Fiano Romano, finì per cedere alle accuse passando da una decisa difesa dei suoi comportamenti alla descrizione del sabba con il diavolo attorno all’albero di noce di Benevento. Alla condannata viene applicata la tortura riservata agli uomini, senza le attenuazioni usuali per le donne, in quanto strega. Al settimo tratto di corda Bellezza crolla a terra e confessa di essere strega, di avere insegnato la “stregoneria” a tantissime persone e di aver ammalato e guarito per denaro. L’evento ha un epilogo tragico. Il notaio stesso, che trascrive il verbale, la ritrova riversa a terra moribonda: sgozzatasi con un chiodo alla gola, pronunciò che, tentata dal diavolo, si era uccisa per scomparire dal mondo. Introdotta da Michele Di Sivo, la storia sarà narrata con le voci di Maria Cristina Gionta e Luca Negroni della Compagnia del Centro Teatrale Artigiano diretto da Pietro Longhi. I testi sono tratti dal volume “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega” di Michele Di Sivo. La drammaturgia e la regia sono a cura di Silvio Giordani. Musica dal vivo di Emiliano Ottaviani. Costumi Sorelle Ferroni.
"Plautilla", percorso drammaturgico su Plautilla Bricci l'Architettatrice Archivio di Stato di Roma - Sala Alessandrina - 27 aprile 2022 Plautilla Bricci, figura singolare e a tratti unica nella Roma barocca del Seicento, sarà al centro di un percorso drammaturgico scritto e diretto dal Teatro Manzoni e dal Centro Teatrale Artigiano in programma presso l’Archivio di Stato di Roma il 27 aprile . La performance teatrale sarà introdotta da Yuri Primarosa , curatore della prima mostra interamente dedicata all’artista, Plautilla Bricci pittrice e architettrice. Una rivoluzione silenziosa presso la Galleria Corsini. Formatasi nella bottega del padre Giovanni, in una società a carattere fortemente maschile, la giovane Plautilla Bricci inizia la sua carriera artistica nella cerchia romana del Cavalier d'Arpino. Un atto notarile del 1663, relativo ai lavori per la realizzazione di Villa Benedetta fuori Porta San Pancrazio sul Gianicolo, ci restituisce per la prima volta l'uso della parola " architettrice ", riferito proprio a Plautilla. Tale definizione sancisce l'autonomia della donna nella sua attività progettuale, che sino ad allora era rimasta in ombra e relegata a collaboratrice di più illustri architetti e pittori. Plautilla è quindi autrice del progetto di Villa Benedetta, detta anche il Vascello per la sua pianta articolata; la villa era stata commissionata dall'abate Elpidio Benedetti , amico e consigliere del cardinale Mazzarino, con cui la Bricci nel tempo aveva intessuto un intenso sodalizio che le garantì un’indipendenza rarissima per una donna dell’epoca. L'edificio si sviluppava su tre piani e presentava una ricca decorazione interna: una delle volte del piano nobile era affrescata con "L'Aurora" di Pietro da Cortona. Nel 1849 l'edificio divenne un avamposto delle truppe garibaldine impegnate contro l'esercito francese, andando purtroppo distrutto. Nel fondo dei Trenta Notai capitolini dell’'Archivio di Stato di Roma sono conservati il capitolato e sette disegni di Villa Benedetta, probabilmente i primi progetti architettonici tracciati da una donna a essere giunti ai nostri giorni, a testimonianza del ruolo di direttrice dei lavori svolto da Plautilla. “Plautilla”, diretta da Silvio Giordani, interpretata da Pietro Longhi e Claudia Ferri con musiche dal vivo di Emiliano Ottaviani e Carla Mulas González, verrà rappresentata presso la Sala Alessandrina il 27 aprile alle ore 16.
Venerdì 29 aprile ore 17.00 Via Monte Zebio 14, Roma CENTRO TEATRALE ARTIGIANO presenta «URSULA HIRSCHMANN» drammaturgia e regia di SILVIO GIORDANI Da «Ventotene. Il viaggio di Ursula verso l’Europa» di Emanuela Lucchetti e Gianpiero Chionna con MARIA CRISTINA GIONTA, GIUSEPPE RENZO, EMILIANO OTTAVIANI musiche dal vivo eseguite da LAURA MAZZON Primo appuntamento della nuova iniziativa al Teatro Manzoni di Roma: la serie teatrale “NASCOSTE. Storie perse tra le pagine del tempo” a cura di MICHELE DI SIVO, EMANUELA LUCCHETTI E FABRIZIO OLIVERIO Una nuova iniziativa al Teatro Manzoni di Roma: il prossimo 29 aprile alle ore 17.00 prende il via con “Ursula Hirschmann” drammaturgia e regia di Silvio Giordani - la serie teatrale Nascoste. Storie perse tra le pagine del tempo, a cura di Michele Di Sivo, Emanuela Lucchetti e Fabrizio Oliverio. “Nascoste” sono storie spesso dimenticate, fatte di gesta eroiche, emancipazione e resistenza. Vite e racconti persi tra le pieghe del tempo in attesa di qualcuno che li ascolti. Vicende che approdano a teatro per presentarsi allo spettatore in una veste nuova grazie ad un percorso drammaturgico ed all’incontro del Centro Teatrale Artigiano di Roma con il Master Esperto in Comunicazione Storica dell’Università Roma Tre. Il progetto si avvale anche della collaborazione dell’Associazione E io ci sto che opera a tutto tondo nel campo dell’arte e della cultura. La rassegna prevede una serie di incontri che saranno proposti nella prossima stagione del Teatro Manzoni e vedranno al centro figure come Margherita Sarfatti, Isabella De’ Medici, Giandante X, Bellezza Orsini, Pippa Bacca. La figura di Ursula Hirschmann e la nascita del Manifesto di Ventotene saranno al centro della prima “storia”, in programma proprio il 29 aprile alle ore 17.00 con Maria Cristina Gionta, Giuseppe Renzo ed Emiliano Ottaviani. Musiche dal vivo eseguite da Laura Mazzon. Il progetto verrà introdotto dal Professore Michele di Sivo, storico e insegnante di Archivistica all’Università degli Studi RomaTre. A seguire si terrà una breve prefazione alla rappresentazione teatrale su Ursula Hirschmann a cura di Emanuela Lucchetti, comunicatrice storica, attualmente partecipe al programma di approfondimento storico Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli. Al termine della rappresentazione teatrale si terrà un dibattito con il pubblico in sala, condotto dalla stessa Emanuela Lucchetti e Fabrizio Oliverio, archeologo ed esperto in comunicazione storica, televisiva e multimediale.
Festival delle Ville Vesuviane
Teatro Manzoni
Con lo spettacolo "Bellezza Orsini" prodotto dal Centro Teatrale Artigiano MARIA CRISTINA GIONTA è entrata nella terna del migliore interprete, sezione monologhi, del premio LE MASCHERE DEL TEATRO ITALIANO. Il 7 settembre 2023, con ripresa di RAI 1 si terrà la cerimonia di premiazione presso il TEATRO STABILE DI CATANIA.
7 settembre - Catania - Serata di gala per il Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 Si terrà il 7 settembre alle 20,30, a piazza Università a Catania, con diretta/differita su Raiuno condotta da Tullio Solenghi, la serata finale del Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 organizzato per il secondo anno dal Teatro Stabile di Catania. Tredici le categorie finaliste e due i Premi speciali. A Gabriele Lavia (nella foto) attore, regista e sceneggiatore italiano tra i più acclamati, che l’anno scorso ha compiuto 80 anni, va il Premio del Presidente, un premio dato direttamente dal Presidente della Giuria, Gianni Letta; mentre ad Annamaria Granatello, dal 2006 Presidente e Direttrice del Premio Solinas, il Premio Graziella Lonardi Buontempo con il quale viene onorata la memoria di Graziella Buontempo mecenate napoletana, celebre collezionista e amante dell’arte contemporanea. …segue articolo sul sito Cronaca Oggi Quotidiano
Le Maschere del Teatro Italiano 2023: ecco i vincitori Robert Carsen: "Dobbiamo fare il possibile affinché il teatro continui a vivere, per attirare nuovo pubblico e non per mantenere in vita persone che fanno sempre le stesse cose".
Tra i premi non assegnati figura quello di Maria Cristina Gionta , candidata tra i Migliori monologhi. Il suo Bellezza Orsini. La costruzione di una strega , drammaturgia e regia di Silvio Giordani, molto apprezzato dalla critica non è riuscito a vincere ma come da lei dichiarato, ha comunque fatto parte della terna finalista. Per la Gionta comunque l’esperienza è stata positiva: "Sono contenta nonostante non abbia vinto perché si è comunque creata una sinergia tra i teatranti, soprattutto nella mia categoria con Elena Arvigo e Ermanna Montanari. Ma questo accade quando condividi le emozioni. La scelta di organizzare la serata in piazza e di portare di più il teatro tra la gente, l’ho trovata molto positiva. In televisione si dovrebbe parlare di più di teatro, in orari meno di nicchia, per sensibilizzare di più le persone allo spettacolo dal vivo. Perché lo spettacolo va visto a teatro, è unico e irripetibile ogni volta. Questa è l’identità fortissima del teatro.’" …segue articolo sul sito Teatro.it
Bellezza Orsini, la strega. La voce delle donne scrive la propria storia Il   sapere   delle   donne   è   la   loro   autentica   stregoneria.   Con   gli   occhi   di   oggi   non   si   fa   fatica   a maturare   questa   consapevolezza,   ma   è   di   certo   impattante   sentirla   giungere   direttamente dalla   voce   della   strega,   o   meglio,   dalla   sua   mano,   con   cui   –   forse   manu   propria   con   le   ultime forze,   forse   dettando   al   nipote   –   lo   mette   nero   su   bianco   sulle   pagine   diario   la   sabina   Bellezza Orsini per consegnarlo al futuro. Bellezza Orsini, la costruzione di una strega, Maria Cristina Gionta – foto di Valerio Faccini. Arriva   infatti   direttamente   dal   1528   –   sfatando   senza   dirlo   anche   molte   falsità   sulle   streghe, erroneamente   considerate   un   prodotto   dell’arretratezza   medievale   e   prodotto   invece   di   quella controriforma   che   cercava   capri   espiatori   a   una   fame   diffusa   di   sapere.   E   quale   migliore   di una   donna,   che   con   le   sue   erbe   d   fattucchiera   sapeva   compiere   ciò   di   cui   l’istituzione maschile voleva intestarsi la sola autorità. Non   della   loro   arte   però   restituisce   il   vivido   e   tragico   racconto   Bellezza   Orsini,   la   costruzione di   una   strega ,   in   scena   al   Teatro   Gerolamo ,   ma   quella   del   corpo   di   una   donna   che   la   propria spinta   a   conoscere   l’ha   pagata   nelle   piaghe   e   nel   dolore,   a   prezzo   della   tortura   della   corda, ideale per la Chiesa cui era sufficiente evitare lo spargimento di sangue. Non   è   un’eroina,   Isabella   nota   come   Bellezza,   se   questa   categoria   si   riserva   a   chi   sa   essere più   forte   del   dolore   e   delle   sorti   già   scritte.   Lei   cede,   ma   la   narrazione   che   il   potere   –   maschio e   colto,   nel   suo   latino   invadente,   nel   suo   pretendere   di   raccontare   al   posto   suo   la   sua   storia   vuole estorcerle sulle streghe, la vuole scrivere lei. Avrete   ciò   che   volete,   sembra   dire,   ma   a   modo   mio.   Cos   è   lei   a   tracciare   un’immaginario   di sabba    stregati,    di    diavoli    bellissimi    con    cui    congiungersi    carnalmente    sotto    il    noce    di Benevento,   di   morte   e   di   lussuria.   Sta   almeno   in   questo   la   forza   delle   storie,   consegnate probabilmente soltanto per salvarsi. Ma   non   è   abbastanza,   e   cos,   su   un   palcoscenico   popolato   di   corde   appese   a   prefigurare   un destino,   va   in   scena   la   tortura   che   l’inquisitore   volle   imporle   perchè   il   mondo   sapesse.   Maria Cristina   Gionta   la   porta   in   scena   con   una   intensità   drammaturgicamente   molto   convincente, che riesce ad essere verosimile senza scadere nell’eccesso di teatralità. Del   resto,   questo   testo   –   che   muove   dal   libro   omonimo   di   Michele   Di   Sivo ,   lo   fa   a   partire   dal dato   storico,   ed   è   a   quello   che   sembra   voler   porre,   prima   di   tutto   attenzione.   Bellezza   è   una donna,   prima   che   un   personaggio,   sofferenza   e   fierezza   (anche   nella   resa)   prima   che   simbolo. Parla,   dal   suo   tempo,   con   la   sua   voce   e   la   sua   lingua,   in   un   dialetto   sabino   preciso   ma   che non rende affatto complessa la fruizione. A   sostenerla,   e   a   far   da   contraltare   al   latinorum   dell’inquisitore   in   abiti   eleganti   e   piuma   sul cappello,   la   musica   di   Emanuele   Ottaviani ,   che   negli   stessi   panni   la   sottolinea   con   musiche originali   e   ne   punteggia   la   vicenda   prendendo   a   prestito   alcune   canzoni   che   sembrano   venire direttamente dalla tradizione della musica popolare, dei suoi canti di dolore e d’amore. Di   fronte   alle   ammissioni,   forzate   quanto   grottesche,   di   Bellezza,   la   morte   è   inevitabile.   Ma ancora   una   volta,   Bellezza   Orsini   sceglie   una   propria,   forse   paradossale,   via   di   libertà.   Se   non può   evitare   di   morire,   che   almeno   sia   a   suo   modo.   Prima   che   la   sentenza   –   senza   attenuanti, per   chi   ha   ammesso   tutto   ciò   che   “doveva”   –   venga   eseguita,   sarà   lei   a   darsi   la   morte,   con   un chiodo   in   gola   a   spegnere   la   sua   voce   ma   a   garantire   che   le   poche   pagine   in   cui   quella   voce   è stata scritta siano salvate, a loro volta, dal rogo. Se   Michele   Di   Sivo,   drammaturgicamente,   riepiloga   forse   qualche   volta   di   troppo   lo   svolgersi di   una   vicenda   che   l’interpretazione   rende   già   limpidamente   comprensibile,   spingendo   a   una sincera   partecipazione,   Silvio   Giordani   ha   nella   scelta   di   regia   del   finale   l’intuizione   più efficace,   anche   sul   piano   simbolico:   nella   morte,   scelta   e   non   subita,   cos   come   le   parole   che ha   scelto   per   dirsi,   Bellezza   Orsini   recupera   la   propria   identità   e   una   lingua   contemporanea, a   colmare   anche   sul   piano   della   forma   la   distanza   tra   il   1528   di   Fiano   Romano   e   il   presente, in   cui   ancora   la   scelta   della   donna   su   se   stessa,   il   proprio   corpo   e   la   propria   autonarrazione, subisce molte forme di interferenza. Nella   pur   convincente   interpretazione   di   Luca   Negroni,   giudice,   notaio   e   filatore   della   trama, nel   ruolo   di   narratore   che   il   testo   gli   affida,   la   trasposizione   della   vita   di   Bellezza   Orsini,   che seppe   ammalare   e   guarire,   lascia   la   stessa   convinzione   che   si   deve   alla   sua   interprete:   merita fiducia   e   spazio.   Perchè   Maria   Cristina   Gionta   non   difetta   di   talento   e   perchè,   dal   canto   suo, Bellezza Orsini e con lei le donne hanno una voce abbastanza forte per raccontarsi da sè. Recensione tratta da: https://www.artapartofculture.net/2025/02/03/bellezza-orsini-la- strega-la-voce-delle-donne-scrive-la-propria-storia/ Chiara   Palumbo     Nata   (nel   1994)   e   cresciuta   in   Lombardia   suo   malgrado,   con   un'   anima   di mare   di   cui   il   progetto   del   giornalismo   come   professione   fa   parte   da   che   ha   memoria.   Lettrice vorace,   riempitrice   di   taccuini   compulsiva   e   inguaribile   sognatrice,   mossa   dall'amore   per   la parola,   soprattutto   se   è   portata   sulle   tavole   di   un   palcoscenico.   "Minoranza   di   uno",   per vocazione    dalla    parte    di    tutte    le    altre.    Con    una    laurea    in    lettere    in    tasca    e    una    in comunicazione    ed    editoria    da    prendere,    scrivo    di    molte    cose    cercando    di    impararne altrettante.
“Bellezza Orsini. La costruzione di una strega” al Teatro Gerolamo di Milano Di Carlo Tomeo Gen 27, 2025 Ho visto ieri al Teatro Gerolamo un emozionante spettacolo che racconta un episodio di accusa e condanna per stregoneria avvenuto a Fiano Romano nel 1528 e di cui fu vittima Bellezza Orsini, figlia naturale di Pietro Angelo degli Orsini, padroni del feudo di Monterotondo. Ne sono Interpreti Maria Cristina Gionta nel ruolo della protagonista e Luca Negroni in quello del notaio avente anche la funzione di accusatore e che, torturandola, l’interroga per farle ammettere la veridicità delle accuse mossele. La donna è legata ai polsi con corde che vengono tirate a tratti, e più fortemente nei momenti delle domande cruciali, per indurla a confessare. In una scena essenziale appaiono, sospese dall’alto, corde similari che simbolizzano (e testimoniano) il mezzo di tortura utilizzato in quegli anni dalla chiesa perché, pur inducendo forte dolore fino allo slogamento dei polsi, non provocavano spargimento di sangue. A scrivere la drammaturgia dello spettacolo e a curarne la regia è Silvio Giordani, che ne ha tratto spunto dal testo “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega (1528), Roma nel Rinascimento” dell’archivista Michele Di Sivo pubblicato nel 2016, e che ha anche approfondito visitando direttamente in più riprese l’Archivio di Stato per consultare i documenti originali dell’epoca. Nella rappresentazione si assiste a quelle che sono le fasi più drammatiche dell’interrogatorio che si fanno sempre più cruente nei momenti in cui la donna cerca di difendersi strenuamente negando di essere una strega e raccontando che lei aveva fatto solo del bene grazie a un libro di 180 fogli, “tucti li secreti del mondo” consistente nelle indicazioni per guarire da ogni malanno e che le era stato fatto leggere da una donna più grande di lei, Lucia De Lorenzo da Ponzano. Per Bellezza la stregoneria è la conoscenza della natura e della scienza: più cose impari e più ne vuoi imparare ancora, “più vai innanz e più vuoi ire”. A contrapporsi alla sua accesa difesa esposta in dialetto sabino medievale del ‘500 c’è quella implacabile in latino dell’uomo che non concede tregua e che stringe sempre più fortemente le corde legate ai polsi della donna. Sono i momenti più drammatici dell’interrogatorio e, quando la stretta della corda si fa più forte, la settima, Bellezza non potendo più sopportare il dolore, urla “ditemi quale verità volete e io vi dirò” e confessa, s, di essere una strega. La semplice confessione, però, non basta all’accusatore che vuole indagare più a fondo per meglio trovare le prove di colpevolezza ma in realtà per appagare pruriti inconfessabili e per questo la donna finisce per confessare di aver partecipato più volte ai sabba in onore del Diavolo che venivano organizzati di notte al noce verso Benevento sotto la guida della maestra chiamata Befania e di aver inoltre insegnato ad altre donne come diventare streghe. E qui Maria Cristina Gionta entra ancora più fortemente nell’humus dell’azione dove il personaggio è preso da esaltazioni nell’evocare episodi mai vissuti e solo immaginati e resi credibili per evitare altre torture. Al termine arriva la condanna ma prima le viene concesso di scrivere le sue confessioni in un quaderno scritto in italiano volgare ora conservato nell’Archivio di stato e che è stato fonte del testo di Di Sivo. Al termine l’attrice avanza verso il pubblico, dichiara le sue generalità e si rende libera dai nodi delle corde che per tutto il tempo dell’interrogatorio e della tortura le avevano stretto i polsi. Gesto simbolico, oltre che reale, di liberazione seguito da quello estremo in cui si trafigge il collo con un chiodo che sancisce la scelta di darsi la morte per non sottomettersi a quella voluta e pronta a essere praticata da chi l’aveva condannata ingiustamente. Operazione impegnativa, degna di lode, quella di Silvio Giordani per la ricostruzione storica della vicenda resa in un atto unico di poco più di un’ora, intenso, che non concede tregua allo spettatore, tanta è la drammaticità della vicenda da assumere quasi il ritmo del teatro di genere giudiziario che, pur conoscendo in anticipo tutto l’andamento fino al finale, non perde in suspence. Questo grazie ai due interpreti: Maria Cristina Gionta, che per questa interpretazione entrò in nomination nella terna del premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 come migliore interprete di monologo, è completamente immersa emotivamente nel personaggio che è chiamata a rappresentare rivelandone per gradi le varie sfaccettature del carattere. Accanto a lei, Luca Negroni sa impersonare magnificamente l’inesorabile inquisitore che non concede tregua alla donna che, si intuisce, è già condannata in partenza (l’interrogatorio all’epoca era solo un pro forma e la persona in genere confessava perché la tortura si faceva sempre più stringente e dolorosa). Ad accompagnare i due artisti sono le musiche eseguite dal bravo Emiliano Ottaviani, anche lui vestito con abiti medievali. Al termine dello spettacolo il pubblico presente ha manifestato un largo consenso e Maria Cristina Gionta in particolare si è mostrata visibilmente commossa. Visto al Teatro Gerolamo il 26 gennaio 2025 (Carlo Tomeo) Recensione tratta da https://alessandria.today/2025/01/27/bellezza-orsini-la-costruzione- di-una-strega-al-teatro-gerolamo-di-milano-recensione/ BELLEZZA ORSINI. La costruzione di una strega” dal testo di Michele Di Sivo con Maria Cristina Gionta e Luca Negroni musiche dal vivo di Emiliano Ottaviani drammaturgia e regia Silvio Giordani disegno luci Marco Macrini | costumi Sorelle Ferroni | produzione Centro Teatrale Artigiano .